sabato 12 maggio 2012

Calliphora

Era a piedi nudi e l'asfalto rovente di dolore, ad ogni passo arrancato, scivolava da sotto i calli neri.
Era a piedi nudi, sopportava il peso di alcuni ricordi asfissianti. Nello zaino, avvolto in un asciugamano a fiori, vi era un coltello sporco.
Mentre la testa seguiva l'andamento della fatica, lo sguardo si perse al di là dell'orizzonte: era uno di quei tramonti annuvolati, coperto da biancheggianti e urlanti nuvole dai contorni dorati.
E nello zaino, avvolto in un asciugamano a fiori, vi era un coltello sporco.
E nello zaino, a fianco all'asciugamano a fiori col coltello sporco, vi era una busta con del liquido denso.

Accasciato sul bordo del marciapiede vi era un uomo sui 35 anni.
Lei a piedi nudi raggiunse l'uomo e vi si sedette accanto.
Guardava a terra quando disse:
-Ti prego, dammi da bere-
E l'uomo col sudore nero incrostato in faccia, la sigaretta in bilico tra le labbra ispide, prese una bottiglia di piscio e gliela porse. Gli occhi a fessura per il fumo di sigaretta. Un'espressione beffarda tracciata su ogni ruga.
Lentamente, coi piedi scalzi incrociati sotto di ella, voltò lo sguardo dritto negli occhi dell'uomo.
Era benevolenza; era, illeggibilmente, espressione di posato disgusto, ma vi si poteva scorgere persino un perdono in quegli occhi lucidi, dalle ciglia col colore dell'ambra.
Pietrificato, colla sigaretta che cadeva dalle labbra dischiuse, si trovò a vergognarsi. E provava orrore frammisto a ripugnanza, ma una forza invisibile lo portò ad abbassarsi i pantaloni e ad estrarsi una stalattite rosa carne ingorgata di sangue pulsante.
La bocca semiaperta, e la mano scivolava sullo strato di pelle lubrificato da una strana eccitazione incontrollabile.
La libido pulsava sui rami venosi del collo.
La bocca semiaperta; un rivolo di saliva traboccante da dietro la rima delle labbra; orrore disegnato nell'espressione incredula.
Era nell'attesa del coito che ella si mosse: posò il dorso della mano, con un'elegante lentezza, sulla guancia ruvida per la barba non fatta dell'uomo. Accarezzò il sudore e il calore del sole ormai nel tramonto, impregnato su quella pelle scura.
E, lentamente, lei, durante l'affanno dell'uomo che non badava ai suoi movimenti ma teneva fisso lo sguardo negli occhi suoi, impugnò dallo zaino il manico del coltello.
L'uomo all'acme del suo piacere perse il controllo dei suoi liquidi. Bianchi sudici disegni si scaraventarono al suolo. Gemeva.
Chiuse gli occhi col piacere che gli si contraeva spasmico da dentro. Non mancò molto che si ritrovò stramazzante e urlante sul cemento grigio.
Il moncherino sputava sangue a fiotti, la testa della stalattite rosa era ora rossa, insanguinata, a terra.
Si leggeva dissenso, orrore ma non paura, da quegli occhi immobili. Raccolse il brandello di carne rossa e ripose tutto in una busta sbatacchiante con tetri avanzi di carne dentro.  E il coltello era di nuovo nell'asciugamano a fiori; la testa del pene, in un tonfo sordo, raggiunse il fondo della busta assieme a quelle che parevano essere dita e lingue, alcune marce e ingrigite, altre imbibite di rosso sangue. Richiuse il tutto accompagnata da un sottofondo di sofferenze lamentose, ripose tutto nello zaino e accarezzò sovrappensiero  i capelli di quello. Si alzò dal ciglio del marciapiede e riprese a camminare. Si fece buio, e poi notte,  poi giorno e poi di nuovo ancora un tramonto. Lei camminava ormai lontano, con sul volto l'espressione di una sofferenza dispiaciuta. Molto più indietro, le larve dei mosconi blu attendevano il pranzo di carne da dentro delle uova. Nugoli di insetti attorno, il sangue secco sull'asfalto.
Era estate e faceva caldo.

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