giovedì 23 agosto 2012


Sedici e trentatrè del pomeriggio.
I grilli erano tornati a cantare a singhiozzi. Tornavano, sparivano: quiete, poi ancora tornavano. Era distesa lì, su quell'altura collinare, immersa in un giallo grano dorato dagli steli lunghi. La campagna era sovrastata da molteplici, inauscultabili suoni provenienti da delle gemme mature vicine. Tutto faceva eco al suo pensare al nulla.
Il sole batteva caldo sulle sue vesti, la pelle cominciava a profumare di sudore e calore.
I capelli le si intracciavano sul collo sudato; il seno era nudo, nascosto appena da un cotone leggero, bianco. La saliva sui turgidi capezzoli aveva lasciato dei tragitti ormai invisibili, ma pesanti, evaporati. Il ronzare di una mosca la riportò alla realtà: le si posò sulla clavicola, le faceva il solletico coi suoi passetti scrutanti. Volò via poco dopo, e lei si ridestò dal suo non pensare, dal suo placido ozio pomeridiano.
Sollevò il busto, si sedette con le gambe flesse d'avanti a sè: un insetto faceva capolino da una foglia rinsecchita dall'afa, le piccole antennine captavano, forse, il profumo dei liquidi organici che imbrattavano il terreno, a pochi centimetri da lei, ma sopratutto da lui. Il tizio dagli occhi chiusi, di cui non conosceva neppure il nome, dormiva. Respirava piano, dormiva per certo. E l'insettino dalle antennine curiose seguiva il tragitto dello sguardo in movimento di lei. Lei posava lo sguardo su una foglia macchiata di verde, e l'insettino seguiva la foglia macchiata di verde; lei immaginava un paio di piccole mandibole secernenti del siero velenoso sul rostro dell'insettino, e all'insettino crebbero un paio di piccole mandibole secernenti del siero velenoso. Lei infine immaginò pochi milligrammi di batracotossina, e l'uomo dormiente smise di respirate del tutto. Riusciva a sentire, avvertire, il cuore fermarsi. Le mandiboline dell'insettino, incastrate sulla cute dell'uomo, lasciarono due minuscoli puntini rossi, si paralizzarono al contatto, si rilasciarono, e la piccola creaturina cadde rotolando fra gli steli schiacciati dal peso dell'uomo sdraiato.
Una morte immobile e composta.

Diciotto e undici del pomeriggio.
Due cani si avvicinarono scodinzolando, le annusarono mani e piedi. Scodinzolando ancora implorarono un po' d'acqua con la lingua a penzoloni. Lei raggiunse la fontana pubblica, posta nel mezzo della piazzetta del paese, raccolse un po' d'acqua con le mani e la porse alle povere bestie assetate. Le morbide lingue fecero presto a prosciugarle i palmi delle mani, quindi ripetè il gesto fino alla loro totale reidratazione. Attorno: lo sguardo di bimbi attratti da quella dolcezza umana, un pallone di cuoio in mano,il gioco smesso, le espressioni attonite... Una signora sbucò dalle tendine a righe di un portone lì vicino, uno di quei portoncini con a terra vasami di fiori e piante grasse; aveva l'espressione severa, strattonò per il braccio uno dei bimbi intenti ad assistere la scena e lo sgridò rumorosamente, invitandolo con poco garbo a rientrare a casa.
I due cani, che colsero il profumo della morte dalle mani della ragazza che ignorava ciò che stava accadendo attorno, alzarono lo sguardo incrociando i suoi occhi ambrati, e si dileguarono poco dopo in un'accanita corsa affamata, diretti lontano, verso le colline del paese. I mantelli biondi, arruffati dallo sporco, luccicavano ora sotto i raggi di un sole che verso le venti della sera cominciò a sbiadire, per poi scomparire a ovest, un'ora più tardi.
Si fece buio e sul volto della ragazza comparirono a poco a poco delle rughe, le appesantirono il volto, fino a farlo invecchiare di 20 anni. La Signora Morte, dopo un randomizzato vagare, tornò a casa.
Ad attenderla vi era un bambino di sei anni dagli occhi marroni, due occhi grandi quasi più del normale.
-Io lo so cosa hai fatto. Ma perché lo hai fatto?
Aveva sei anni da ormai molti anni, ed il suo tempo libero si divertiva ad impegnarlo ascoltando gli scarafaggi che dai tombini delle strade uscivano per raccontargli le storie dei bassifondi paesani, la sera, prima di dormire, o fingere di farlo.
-Mi hai disobbedito.
-Via, via! Volevo solo leggerlo.
Rispose con aria sognante la Signora Morte.
-Quei due cani l'hanno sfigurato, i topi di campagna sono venuti a ringraziarmi per il pasto, ma nella voracità di quelle bestie era rimasto loro ben poco.
-E' stato bello liberarlo. Ho sentito la sua anima librarsi da quel corpo e ringraziarmi. L'ho solo aiutato. Presto lo avrebbe fatto da solo, si sarebbe regalato da solo la morte. Ho letto straziante sfigurazione delle sue gioie durante l'amplesso, ho letto cose bruttissime. Un uomo fragile, ecco cos'era. La gente qui non l'ha mai capito, mai accettato per com'era, gli ho solo regalato la giusta libertà,e prima della libertà, il giusto amore.
Così dicendo zittì il bimbo rimasto con un rimprovero incastrato in gola. Il bimbo sbuffò e tornò a giocare con la luce di una candela.La spegneva e la riaccendeva con lo sguardo, chiudeva gli occhi, chissà quali immagini gli venivano in mente, li riapriva e la candela esauriva la fiamma in poche strisce fumose.
Fu notte, ma nessuno dormì.
La Signora Morte uscì di nuovo di casa, per andare chissà dove. Molto più lontana ora, forse all'altro capo del mondo, forse.

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