Risalgo.
Mi vede sorgere da un dirupo, le mani fasciate, i capelli imbibiti di fango. Gli occhi una fessura, per via dello sforzo sfinente.
Risalgo.
Atterro su di lei piano, mi avvicino e si abbandona. Si stende, ed io piano le sussurro all'orecchio di aver fame.
Sono ridotta agli stracci. Gli strascichi dei vestiti, nelle risalite, strappati da rocce acuminate.
Si sta abbandonando, e poco dopo si retrae.
Tu, misera farfalla caduta in rovi e spine insanguinate, sanguini a tua volta e ti mischi nel mio di sangue.
E ti infetto, ti entro in circolo. Ti avvali della facoltà di non rispondere, ma mi vuoi.
Hai contato i miei denti? Ti prudono le cicatrici?
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